Salta al contenuto principale
Dieci anni di equilibrismi ma le mamme lavoratrici sono ancora senza rete
Dieci anni di equilibrismi ma le mamme lavoratrici sono ancora senza rete
diLuisa Corazza*
Dieci anni di equilibrismi

È da dieci anni che “Le equilibriste” ci obbliga a riflettere sulle difficoltà che le madri incontrano nel cercare, mantenere e far crescere il loro lavoro, ricordandoci che combinare maternità e lavoro costituisce ancora una sfida. I grandi temi che ostacolano il lavoro delle madri sono infatti ancora tutti sul tavolo e la child penalty incombe sulla vita delle donne.

immagine 1

In questo difficile equilibrio, il prezioso Rapporto redatto da Save the Children accompagna ogni anno le riflessioni di studiosi, policy maker e opinione pubblica, risvegliando le coscienze sull’inerzia di un sistema paese che non pone il tema al centro del discorso pubblico: eppure, la penalizzazione per le lavoratrici che sono anche madri resta talmente alta da incidere, ormai, anche sulla questione demografica. Peraltro, i dati ci indicano chiaramente come lo svantaggio che pesa sulle donne lavoratrici con figli risulti addirittura amplificato dal c.d. welfare familistico all’italiana, ovvero da quel modello che nello scaricare sulle famiglie enormi porzioni di servizio pubblico finisce per rendere sempre più irto di ostacoli il lavoro delle donne. In altre parole, basterebbe prendere sul serio “Le equilibriste” per far fare passi avanti significativi alla condizione delle madri che lavorano, perché a questo Rapporto non mancano dati e analisi, ma neppure suggerimenti e raccomandazioni, tanto che il dossier si chiude con una invocazione chiara: servono più servizi!

immagine 2

Ciò nonostante, la rete che dovrebbe sostenere le equilibriste dai rischi di caduta è ancora bucata, come mostra la rassegna delle politiche a sostegno della maternità, che si riassumono in misure di welfare fiscale e trasferimento monetario del tutto insufficienti. Nell’attuale scenario di frammentazione del lavoro, in cui per le donne la maternità si associa a una maggiore precarietà - laddove per gli uomini avere figli significa approdare a contratti più stabili – è difficile immaginare che da una selva di bonus o assegni possa derivare un reale sollievo. A ciò si aggiunga l’ormai certificato divario territoriale, che pone le donne residenti in alcune zone del paese (sud e isole, ma anche aree interne) di fronte alla desertificazione dei servizi che potrebbero liberare tempo dal lavoro di cura (non retribuito) per consentire di accedere al lavoro retribuito. 


Le donne vivono dunque condizioni molto diverse sul piano economico, sociale, territoriale, il che incide in modo significativo sulla loro possibilità di destreggiarsi nell’equilibrio tra maternità e lavoro. Quanto più sono istruite, tanto più mantengono il lavoro dopo la nascita dei figli; a seconda di dove vivono, accedono o non accedono a servizi in grado di sostenere i costi della cura, e così via.
 

immagine 3

Infine, e veniamo qui al Focus del Rapporto 2025, le condizioni delle madri lavoratrici mutano in virtù della condizione di coppia. Che le donne “single” rappresentino un segmento particolarmente vulnerabile dell’universo femminile non è del resto una novità, se solo si pensa ai condizionamenti psicologici e culturali che hanno da sempre accompagnato le ragazze nel decidere le sorti della loro vita matrimoniale. 


Ma questa consapevolezza non è sufficiente a colmare l’invisibilità in cui versano le donne single agli occhi del sistema delle politiche pubbliche: nonostante i dati siano in grado di evidenziare la particolare vulnerabilità economica delle madri sole – vulnerabilità che non riguarda nello stesso modo i padri soli, i quali peraltro sono pochissimi, anche dopo la diffusione dell’affidamento condiviso – , alle donne single non sono dedicati interventi specifici, a partire dagli scarsi interventi sulla fiscalità che vedono l’Italia come fanalino di coda nel contesto europeo. Per non parlare poi della posizione di chi, oltre ad essere sola, affronta condizioni di ulteriore svantaggio, come essere madre di un figlio con disabilità.


Le madri single sono dunque inserite in una catena di vulnerabilità che il Rapporto coraggiosamente chiude illustrando la condizione – obliterata perfino dal nostro immaginario – delle madri sole perché lontane dai loro affetti, quelle che per occuparsi delle nostre famiglie hanno lasciato la propria altrove. Sono le tantissime donne immigrate che – invisibili fra le invisibili – si dedicano al lavoro di cura necessario alla sopravvivenza di società, come la nostra, dove il lavoro delle madri è consentito dal lavoro di altre madri. 


Della combinazione di tutte queste condizioni di vulnerabilità è necessario tenere conto ed è per questo che il Rapporto sulla maternità in Italia continua a rappresentare un riferimento imprescindibile per evitare che essere madre e lavoratrice resti – per molte – una faccenda da equilibriste senza rete.

Credits:
Immagine di copertina (e tutte le immagini): Francesco Alesi e Gianfranco Ferraro.
 

Politiche, diritti e partecipazione
Povertà