Da tempo è evidente come l’era digitale abbia profondamente trasformato le modalità operative delle organizzazioni criminali coinvolte nella tratta di esseri umani e nello sfruttamento dei minori. Chi lavora quotidianamente nella prevenzione e nel contrasto di questo crimine sa bene quanto spesso ci si trovi “un passo indietro” rispetto ai trafficanti. Questo divario si acuisce ancor più nel contesto digitale, dove l’uso pervasivo di tecnologie – dalle piattaforme social e di gaming alle app di messaggistica, dalle chat rooms fino, più recentemente, all’Intelligenza Artificiale – facilita e potenzia ogni fase del reato: dall’adescamento e reclutamento delle vittime, al controllo e alla manipolazione psicologica, fino all’abuso e allo sfruttamento vero e proprio. Tutto ciò avviene su scala sempre più vasta, in forme sempre più anonime e difficili da intercettare, ponendo sfide enormi alle autorità competenti, spesso limitate da risorse insufficienti o strumenti tecnologicamente inadeguati.
L’edizione 2025 del Rapporto “Piccoli Schiavi Invisibili” restituisce un quadro allarmante sull’uso delle nuove tecnologie da parte di individui e gruppi criminali coinvolti nella tratta e nello sfruttamento di minori, tanto in Italia quanto a livello europeo e globale. I dati raccolti evidenziano una realtà sconcertante: giovani di età, genere, etnie e contesti socio-economici diversi vengono adescati tramite strategie sempre più sofisticate, per poi essere sfruttati sessualmente – sia online che offline – impiegati in ambiti lavorativi abusivi o costretti a partecipare ad attività criminali per conto dei trafficanti. Ciò che emerge è una trasformazione del profilo della vittima: non più riconducibile esclusivamente agli stereotipi legati alle forme più “tradizionali” di sfruttamento, ma esteso anche a minori con un buon livello di istruzione, provenienti da contesti familiari apparentemente stabili, ma comunque vulnerabili alle manipolazioni online. Quali sono i fattori che alimentano queste vulnerabilità? Sono molteplici e strettamente interconnessi, tra cui una limitata consapevolezza dei rischi, la carenza di supervisione nell’uso delle tecnologie, l’isolamento sociale, e il forte bisogno di accettazione e validazione.
Ed ecco che spazi online apparentemente “innocui” – in quanto percepiti come legittimi e legali canali di comunicazione o svago per i giovani, come Instagram, TikTok, Snapchat o vari siti di gaming – possono trasformarsi in ambienti pericolosi e ad alto rischio di adescamento da parte di predatori e groomers. Nel caso dello sfruttamento sessuale, una volta adescate, le vittime sono spesso manipolate nella produzione di contenuti (quali materiale pedopornografico o che ritrae abusi su minori) che possono restare online o nelle mani dei “clienti” per lunghi periodi, talvolta indefinitamente, se non rimossi. Questo perpetua una forma di ri-vittimizzazione continua, con conseguenze psicologiche, emotive e sociali devastanti per il minore.
Far fronte a questo fenomeno è dunque tanto complesso quanto essenziale. Un primo passo fondamentale è portare la normativa nazionale e internazionale a pari passo con l’evoluzione tecnologica. Il quadro giuridico e regolamentare deve innanzitutto chiarire la responsabilità legale delle piattaforme digitali ed integrare specifiche tutele per le vittime minori di tratta facilitata dalle tecnologie. È inoltre indispensabile imporre obblighi concreti alle piattaforme e alle imprese tech di prevenire, individuare e rimuovere contenuti sospetti, adottare sistemi di verifica dell’età, ed implementare strumenti efficaci di monitoraggio e segnalazione. Infine, considerando la natura transfrontaliera di internet e delle reti criminali, la cooperazione internazionale è imprescindibile.
Certamente negli ultimi anni si sono compiuti importanti progressi in questa direzione, ma la strada è ancora lunga e richiede impegno costante, azioni coordinate e volontà chiara da parte di tutti gli attori coinvolti.
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Odd Ep. Studio