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Un nuovo anno scolastico tra speranze e sfide
Un nuovo anno scolastico tra speranze e sfide
diRahma Nur*
Un nuovo anno scolastico tra speranze e sfide

Un altro anno scolastico sta per iniziare e, come sempre, nutro la speranza che qualcosa possa davvero cambiare. Sogno aule dove la convivenza delle differenze non sia solo uno slogan, spazi adeguati a tutti, colleghi pronti a lavorare insieme. Immagino insegnanti che abbiano intrapreso un percorso di crescita e autoformazione iniziando con la decolonizzazione del proprio pensiero.
Poi arriva la realtà: le evidenze riportate nel Dossier “Chiamami col tuo nome” mostrano che esistono forti disuguaglianze negli esiti e nei percorsi educativi tra studenti e studentesse con e senza background migratorio e che, sebbene con alcune eccezioni, la scuola italiana nel suo complesso fa ancora fatica a rispondere alle sfide poste da un’educazione equa e partecipata dei minori con background migratorio.
 

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Inoltre, l’attuale politica e la resistenza al cambiamento ci ricordano che tutto è rimasto immutato. 


Gli studenti con background migratorio, si confrontano con un sistema che non riconosce le loro competenze interculturali.
Gli studenti di prima generazione vivono una condizione di "ponte" tra il paese d'origine dei genitori e l'Italia. I ragazzi di seconda generazione sperimentano un'appartenenza plurale che può essere ricchezza o conflitto quando la scuola non la riconosce. In fondo “non sono le differenze che ci separano quanto il rifiuto a riconoscerle” dice Audre Lorde, poetessa e attivista afroamericana.
Infatti, quello che accade è il sottintendere che esistono alunni di serie A e di serie B, ricordando sempre ai secondi che sono "diversi", "ospiti". È una questione di dignità che definisce che tipo di società vogliamo essere.
La nostra responsabilità di insegnanti è enorme. Siamo noi a riconoscere come questi ragazzi siano parte integrante della comunità scolastica, a valorizzarne le capacità. È dalla pratica quotidiana che dobbiamo ripartire. Come dice Paulo Freire, insegnare è condividere la crescita, non imporre.
Come docenti non possiamo piegarci al revisionismo storico che viene sbandierato. È una questione di integrità professionale e umana. Come dice Audre Lorde: "Il nostro lavoro è diventato più importante del nostro silenzio". Lo dobbiamo ai nostri studenti e alla loro dignità.
 

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Quando entreremo nelle nostre aule ricordiamo la nostra autonomia di docenti, teniamo presente i nostri studenti, non etichettiamoli in base all'origine o al livello di italiano che parlano o alla religione che professano. Quando entriamo in aula guardiamoli in viso, impariamo bene i loro nomi, facciamoci conoscere. La scuola siamo noi, docenti e studenti, la scuola la facciamo noi non i proclami, non le idee revisionistiche di chi non la vive, di chi non è tra quei banchi. Non permettiamo alla burocrazia di fagocitarci, non perdiamo di vista le soggettività dei nostri alunni, soprattutto non pretendiamo di omologarli e noi di omologarci.
C'è una piccola notizia di questi giorni che mi ha colpito e fatto riflettere e riguarda la mappa di Mercatore che ancora oggi usiamo. L'Unione Africana chiede di abbandonare questa mappa, che da secoli esagera le dimensioni dei paesi vicino ai Poli riducendo Africa e Sud America. Questa campagna chiamata "Correct the map", ci invita in fondo a cambiare prospettiva, usando mappe accurate invece di una che risale al XVI Secolo. A mio parere è un'occasione perché le nostre mappe mentali vengano aggiornate e adeguate a quei figli e figlie della migrazione che non sappiamo ancora dove inserire quando hanno già un loro luogo, una loro storia, una loro esistenza: qui, nelle nostre aule e nelle nostre città. Espérance Hakuzwimana direbbe "quando chi ti insegna il mondo non vede tutti i mondi che hai". Ebbene, è giunta l'ora di vedere e conoscere quei mondi che occupano i banchi delle nostre aule!

 

Credits Immagine copertina e altre immagini:
Lorenzo Pallini per Save the Children
 

Educazione
Politiche, diritti e partecipazione